Piove ormai da settimane, il terreno in bassa valle è impraticabile per cui decidiamo di andare a Varzi. Partenza da piazza della fiera; solito panino al “Di meglio” (il nostro pusher di fiducia) e via lungo l’asfalto per Pietragavina. Otis, Sooth, Karlacio, Claudia ed Io (DeC.) arriviamo a Pietra dove ci aspettano Dom, Mary & Monty e Cordiè; attacchiamo quindi le rampe su asfalto che ci porteranno allo sterrato per il monte Alpe. Il terreno è pesante ma percorribile, il clima è umido e la pioggia si palesa a tratti; i brevi tratti in discesa che ci conducono all’attacco del fosso di Crociglia iniziano a metterci in guardia su cosa ci aspetta, non sarà uno scherzo !
Ok, la salita l’abbiamo fatta, le protezioni le abbiamo, ci infiliamo giù nel fosso coscienti che le gomme infangate ed il sasso viscido non permetteranno correzioni; si guida leggeri, i freni si sfiorano appena, le gomme scivolano su ogni minima contropendenza, si evitano i sassi più grossi ma, per il resto, si cerca solo di assecondare la gravità.
L’unico che non sembra aver problemi (a parte un mezzo capottone) è Sooth che, al grido “la guma la tena” si fionda giù come un kamikaze nella seconda guerra mondiale.
Tutti indenni alla fine del fosso risaliamo a Pietra per poi affrontare via antica romana fino a Varzi. Solita birra dal Buzz (altro pusher di fiducia) e rientro a casina.
.......il giorno dopo.......
Guardamonte 25-05-08
La collina di fronte sparisce, inghiottita dalla nuvola che avanza, carica d’acqua. Siamo in un mondo liquido, ormai da giorni. E’ la quinta uscita in bici, per me, questa settimana, ed è un’uscita da domenica mattina: sveglia comoda, bici comoda, giro comodo. Saliamo lentamente l’asfalto da Bagnaria a Guardamonte, fatto mille volte, con me ci sono DeCif e Ciffino (-ino nen tant) che indossa un’improbabile maglietta con stampato SATANA 5 sulla schiena, tipo un taxi per l’inferno, insomma. Pioverà, ci bagneremo, forse. Spirito da scazz-ridin’, siamo saliti in auto fino quasi in cima, prima discesa dal Tee-Pee, una specie di riscaldamento che ci fa prendere confidenza con l’argilla-sabbiosa di queste parti. Non saprei come altro definire questo terreno di mezzo, un viscido che tiene e che permette di far scivolare la bici dentro le curve mantenendo un certo swing. Ora stiamo andando sull’altro versante del Vallassa, che detta così sembra una roba grossa e invece non è altro che una montagnola-micropianeta da cui parte una serie di sentieri lungo la valle del Semola, una valletta che chi percorre la valle Staffora non vede neanche. Ciffino è impaziente, vuole spremere tutto il succo del frutto magico, e mena sulla Kona, sella bassina, spensieratezza e manual arditi che mi fan vedere spesso il suo mozzo anteriore vicino alla faccia. Gocciola all’inizio del “Che cen’ chi vùlan”, una traccia appena abbozzata, tra ceppi e sassi nascosti fra l’erba, rami abbattuti e mucchi di vecchie foglie, quante cose ancora da fare per rendere fluido questo tratto…….A seguire c’è l’”Ernia del disco” , il terreno è morbido, un sottile strato di foglia copre la terra ingrassata dall’acqua, pedalo, in discesa, sgrano un rosario di marce, esse, curva, curva, salto, freno al cospetto di “bascula”, con la B, come bloody oppure bone-breaker, scegliete voi, e di “Only the brave”. Sopralluogo e si torna su a prendere la rincorsa. Ci soffermiamo poi in un paio di punti a studiare qualche miglioria al sentiero e gustare un nuovo saltino ed il ponticello elevato e non ancora provato, prima di scendere ancora un po’ fino al salto “bastardo”. Mai riuscito a farlo ‘sto salto. Braccino, gambino e culino mi lavorano contro. Piove, le passerelle sono viscide ma non vuol dir niente, non ci penso neanche.
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Alla cabina dell’acquedotto troviamo due (noti) motociclisti e scambiamo quattro chiacchiere prima di proseguire sotto l’acqua ormai battente, con le gocce appese alla visiera del casco che danzano a destra e sinistra seguendo l’inclinazione della testa. Dopo l’ultima salita alle grotte, ignorata la “Tavola”, scivolosa al solo pronunciarne il nome, ci concediamo alla fluidità del “Bidone”, sempre godurioso da percorrere da cima a fondo.
| Nella seconda parte la rete posta sulla mini passerella infonde sicurezza anche in queste condizioni. Nella terza parte il “mio” salto è diventato ‘na ciofeca, anzi, non è più nenche da considerarsi un salto, bisogna metterci mano pesantemente. Poi ci sono i ripidi, tratto in cui la cosa più difficile da fare è districarsi nella vegetazione del pezzo disboscato a seguire: NAPALM! Arriviamo giù, Ciffino ci mostra i segni del volo che cominciano a prendere colore, la pioggia scende. Lo molliamo lì, a torso nudo sotto l’acqua, a far la guardia alle bici mentre risaliamo a prendere l’altra macchina. Non siamo neanche tanto sporchi, non mi sento neanche bagnato, emano un lieve sentore di selvatico umido che sicuramente il mio cane apprezzerà al ritorno a casa. |