Il sole è caldo, l’arietta leggera, il materassino comodo e il rumore dell’acqua del torrente mi culla in un sonno leggero. Vabbè, mi abbiocco come una foca satolla sulla banchisa. Cosa sogna un foca? Boh, probabilmente di piombare in mezzo ad un grande banco di pesce nell’Atlantico settentrionale oppure, se è in vena di incubi, di trovarsi con un orso bianco alle spalle e di fronte un’orca assassina con le fauci aperte. Niente di tutto questo, per me, dopotutto non sono una foca. Ma ognuno ha il suo banco di pesce dove far guizzare la mente. Nella fattispecie si sono ripresentate un sacco di immagini della giornata precedente, in ordine casuale invischiate dal denso collante delle emozioni.
Quella più ricorrente è lo sfondo di erba e fiori che brillano dal quale si stagliano i neri tronchi dei pini in un sottobosco trasparente che lascia vedere il dispiegarsi del terreno come un lenzuolo steso su un gigante coricato. La linea del sentiero si intuisce e fluisce naturale e, anche se è la prima volta che lo percorri, sai che la prossima curva non potrà essere che quella, perché è così che deve essere.
Incastonate su questo sfondo si presentano facce ed episodi che hanno caratterizzato la giornata.
Vedere un sacco di persone conosciute, e capire che siamo tutti lì a goderci la giornata con il “giusto” spirito fà sentire bene.
La prima persona di cui rileviamo presenza è Luca Masserini, prima ancora di vederlo lo sentiamo, non può essere che lui, e infatti! (capita con quelli che appaiono sui media)
Il secondo ad apparire è Tojo che, come al solito, mi parla per un po’ e poi mi chiede:”Ricordami come facciamo a conoscerci, per favore?”
Alla partenza della seggiovia c’è lo stand con mille MDE dai colori più strani ed un formicaio di bikers con queste bici.
In seguito mi è capitato di fare la fila dietro al sig.MDE e, guardando la sua bici, una domandona da Jackpot mi è sorta spontanea: ma perché gira con un monocross con tutti i virtuosismi puntuali che egli stesso produce? Vuoi vedere che…..
Lì vicino c’è anche il Gran Ciambellano Guala che cura che tutto fili per il verso giusto e tutto sembra filare, tranne la seggiovia.
Già, la seggiovia.
Allora, arrivi e fai la fila per fare il giornaliero (12 euros per chi vuole info-tourist), poi giri attorno all’edificio e fai la fila per consegnare la bici all’addetto/a al caricamento, poi giri di nuovo attorno all’edificio e passi il pass su una roba magnetica che dà il verde e, alla fine, superi un cancelletto automatico. Ah, l’edificio è una baracca di legno di 5x5m. per cui se ci sono dieci bikers più dieci biciclettoni c’è già un gran casino di gente che si incastra nelle protezioni altrui e figuriamoci adesso che van di moda i manubri larghi..... Per cui sale una bici da sola per volta e due bikers, occupando così almeno tre sedili invece di due, per tacere del casino alla partenza ed all’arrivo.
La cosa positiva è che hai qualcuno con cui parlare durante la risalita, ma questo non necessariamente è un bene…..
Interrogato in merito, il Gran Ciambellano ha chiamato in causa ingegneri e collaudi, si spera nel futuro.
Visto che siamo riusciti ad essere a Sauze giusti giusti per l’apertura dell’impianto ma per farlo non abbiamo preso il caffè, arrivati in cima ci spariamo nel bar e……niente brioches, niente torta e neanche biscotti, il Lembo a momenti sviene. Ma questi da dove spuntano? Orde di bikers famelici salgono dalla Padania con il languore tipico del figlio dell’afa di luglio che si trova di colpo a 2.200 m. slm al cospetto niente meno delle montagne Olimpiche e TU non hai neanche un biscotto? Alle 10 del mattino? Il Lembo scuote la testa e sviene davvero.
Cominciamo con la pista “Karamell”, un sentiero abbastanza naturale con il famoso Krater ed un mega wall-ride. Poi una coppia di “Sportinia Express”, un bel sentiero lavorato a tratti ben visibile dalla seggiovia, con drop e salti abbordabili ed un paio di lunghe paraboliche di legno. Chissà come, da una di queste mi sono trovato a partire per la tangente, saltandone fuori, fortunatamente senza danni, ma restando lì con lo sguardo di chi non capisce.
Nonostante le premesse del mattino il risto-bar-baita si è ampiamente riscattato all'ora di pranzo. Appena seduti a tavola si Palesa la troupe di “Ciclismo” (ah, il fotografo, ecco chi era il biker principiante che seguiva la “lezione” nelle prime discese, che sembrava di essere tornati ai tempi della SIMB). E subito c’è un bel momento con Tojo che, dopo aver appoggiata la sigaretta sulla panchina del ristorante, temendo fosse caduta in una fessura dell’assito che costituisce il pavimento, gioisce trovandola ancora accesa nel casco del Lembo.
Rifocillati dalla grigliata mista, gratificati dalle pesche ripiene amaretto-cioccolato, dissetati da fresche birrette ci stoniamo definitivamente con gli zuccherini all’anice offerti dalla casa che ci dispongono al meglio per affrontare le fatiche del pomeriggio.
Dopo la mattinata sulle due piste più prossime alla seggiovia, grazie alle indicazioni di G.C. (che non è C.G.) ci spostiamo su quelle più recenti.
Siamo lì a studiare le passerelle del Rock Master, alziamo gli occhi e c’è un giovane daino alcune decine di metri sotto di noi, ci fissiamo per un attimo e poi, puf, sparito.
Quanti giochini. Ne proviamo alcuni, ci si potrebbe passare un sacco di tempo, cercando di combinare la sequenza di passerelle, radici, rocce più divertente e fluida.
Mentre andiamo a prendere l’attacco della discesa successiva assistiamo ad una discussione fra un gruppo di bikers ed un gruppo di enduristi in moto, sembra esserci stato un incontro ravvicinato sullo sterratone che porta all’inizio dei percorsi bici, strada che sembra aperta al traffico, dal numero di moto, ma anche auto, che passano.
Dopo un momento di indecisione troviamo l’inizio del percorso. Ehi, ma qui c’è roba grossa! Per noi almeno. Siamo lì, molto circospetti che valutiamo la situazione che arriva un bel gruppo di bikers. Momento (corto) di studio e via, drop bello tirato di Luca Masserini, che bravo, invidia!
Man mano che scendiamo, le strutture in legno sembrano diventare sempre più imponenti e altine e di pari passo cala il nostro ardire.
Siamo lì, che ci guardiamo attorno e rasoterra, velocissimo dal bosco sopra di noi spunta un missile, tira un’imprecazione al Lembo che era in mezzo al sentiero e sparisce prima che si possa dire “Scusa!”. Ricostruisco dopo, quando lo vedo fermo che era Erik Burgon, il costruttore di tutto l’ambaradan. Più a valle si nota che il percorso è ancora in via di rifinitura, e scodella direttamente nel centro del paese con una serie infinita di tornantoni parabolati.
Ma ci siamo dilungati un po’ e quando arriviamo alla seggiovia siamo gli ultimi, mapropriogliultimicheunsecondodoporimanevamogiù, e nell’ultimo tratto di risalita stiamo zitti ascoltando il silenzio appesi vicino alle cime dei pini.
L’ultima discesa ce la gustiamo, continua e fluida ma senza fretta, ormai la conosciamo, cominciamo ad essere anche un po’ frolli e ci và bene così.
Ci disfiamo delle protezioni alla macchina e solo con il casco andiamo al Central Park, una specie di Flydown riciclato (senza offesa!) nel centro di Sauze. E’ bello vedere i bambini provare a fare skinnies e bascule con i papà che guardano dalla staccionata. Viene un po’ d’invidia, per i ragazzini, naturalmente! C’è un tipo sui 15 anni su un Crab che prova a fare un passaggio un po’ difficile su una passerella: dritta e stretta, poi curva allargandosi e stringe subito su un’asse larga una spanna, o anche meno. Ci prova un po’ di volte, salta giù. Alla fine ce la fà e finisce tutto l’ostacolo, bascula, droppino, ripido e lungo skinny rasoterra finale, bravo!
Troviamo anche Riccardo, dopo Caldirola è la seconda volta in una settimana, che mondo piccolo!
E’ ora di mollare le bici, le carichiamo in macchina e, col sole che comincia ad allungare finalmente le ombre su questa lunga giornata stiamo lì, seduti a raccontarcela, davanti ad una birra e ad un panino.